Vasi
Anfora campana a figure rosse con scena di sacrificio funerario
Riti, simboli e memoria nel mondo osco-sannita
Tra i capolavori più suggestivi delle collezioni archeologiche del Museo Campano di Capua spicca un’anfora campana a figure rosse raffigurante una scena di sacrificio funerario, proveniente dalle necropoli di Caivano (NA) e databile alla seconda metà del IV secolo a.C.
Attribuita dal celebre studioso Arthur Dale Trendall alla bottega del cosiddetto CA Painter, questa anfora è un esempio raffinato dell’arte vascolare dell’Italia meridionale di età osco-sannita.
Alta quasi 65 cm, l’anfora — accuratamente restaurata — presenta una decorazione ricca e armoniosa, con motivi ornamentali tipici della ceramica campana a figure rosse: onde, baccellature e teste femminili di profilo.
Proprio la testa femminile sul collo del vaso, rappresentata con diadema a raggiera, cuffia e perline scure, è il simbolo distintivo della bottega che realizzò l’opera: una sorta di firma figurata, marchio di identità e orgoglio artigianale.
La scena del sacrificio
Sul lato principale dell’anfora si dispiega una scena di sacrificio funerario ambientata all’aperto, come suggeriscono i motivi floreali e vegetali che riempiono gli spazi della composizione.
Davanti a una stele in pietra bianca, un guerriero osco-sannita in armatura assiste al rito funebre. Due fanciulle, disposte su un piano rialzato per suggerire profondità, offrono doni votivi: una regge un piatto colmo di offerte, l’altra una lunga benda rituale.
Sul lato opposto, una figura femminile ammantata è affiancata da due donne riccamente ingioiellate che recano piatti con offerte, una corona di fiori bianchi e un cembalo, strumenti che evocano il suono e il gesto del commiato.
Il significato del sacrificio funerario osco-sannita
Nella cultura osco-sannita, il sacrificio funerario non era soltanto un atto religioso, ma un rito di passaggio tra la vita terrena e quella ultraterrena.
Durante il funerale, il sangue dell’animale sacrificato — spesso un maiale, un ariete o un cavallo — era offerto agli dèi Mani, divinità dei morti e custodi della stirpe.
L’offerta, deposta accanto alla tomba o presso una stele, rappresentava la comunione tra vivi e defunti: un gesto di pietà e continuità, ma anche un modo per rinnovare il legame del guerriero con la sua comunità.
Dopo il sacrificio, si svolgeva il banchetto funebre, in cui parenti e compagni condividevano cibo e vino, spesso libati sul terreno in segno di unione simbolica con l’anima del defunto.
Le immagini dipinte sull’anfora riproducono con grande sensibilità questa dimensione rituale e spirituale, dove la morte non è separazione, ma trasformazione.
Un capolavoro tra arte e spiritualità
Questa anfora campana a figure rosse è un documento straordinario della religiosità osco-sannita e della maestria ceramografica del IV secolo a.C.
Attraverso le sue immagini, rivive la memoria di un popolo che celebrava i propri eroi con riti solenni e simboli potenti, fondendo arte, fede e identità.
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Foto di Anna Petrenko
