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Giano Bifronte il dio degli inizi

Riti, simboli e tradizioni del Capodanno nell’antica Roma

Ogni inizio porta con sé una soglia da attraversare. Nell’antica Roma questa soglia aveva un nome e un volto duplice: Giano Bifronte, il dio degli inizi, delle porte e del tempo che cambia. È a lui che il calendario romano affidava il compito più delicato: aprire l’anno nuovo.

Non è un caso che il mese di Gennaio prenda il nome proprio da Ianus. Giano non era soltanto una divinità, ma una vera e propria forza cosmica capace di unire ciò che sembra separato: passato e futuro, interno ed esterno, visibile e invisibile.

 

Giano, il dio delle soglie

Raffigurato con due volti, uno rivolto indietro e l’altro in avanti, Giano incarna l’istante del passaggio. Il suo sguardo abbraccia ciò che è stato e ciò che deve ancora venire. Per questo era considerato il protettore del lavoro, degli affari, delle imprese economiche e commerciali, ma anche delle porte (ianua) e delle sorgenti, in particolare quelle di acqua calda.

La sorgente, come la porta, è un punto di transizione: fa emergere in superficie qualcosa che già esiste nel profondo. Secondo il mito, Giano fu un re primordiale dell’Età dell’Oro, un tempo di pace e prosperità, e insegnò agli uomini la coltivazione della terra e la vita in comunità. Proprio a lui si attribuiva il miracolo che salvò Roma: una sorgente di acqua bollente fatta sgorgare dal suolo per fermare i nemici.

Da quell’evento nacque il celebre tempio di Giano, dotato di due porte opposte: chiuse in tempo di pace, aperte in tempo di guerra, affinché il dio potesse attraversarle e soccorrere i Romani.

 

Dal mito al tempo: Giano e il calendario

Il passaggio dallo spazio al tempo fu naturale. Se Giano governava le porte, doveva governare anche i momenti di passaggio. Così divenne il dio degli inizi: il primo giorno del mese, la prima ora del giorno e, soprattutto, il primo mese dell’anno.

In origine il calendario romano contava solo dieci mesi, da marzo a dicembre. Fu con l’aggiunta di Gennaio e Febbraio, attribuita tradizionalmente a Numa Pompilio o ai re tarquini, che Giano assunse il ruolo di custode del tempo: colui che chiude l’anno vecchio e apre quello nuovo.

Non a caso teneva in mano due chiavi, una d’oro e una d’argento, simbolo del suo potere sul passato e sul futuro. E non a caso gli veniva attribuita anche l’invenzione delle monete, anch’esse dotate di due facce e usate spesso come strumento divinatorio.

 

L’Agonalia di Giano e i rituali di gennaio

Il 9 gennaio si celebrava l’Agonalia di Giano, un rito propiziatorio per garantire successo e prosperità alle attività dell’anno appena iniziato. Ma i rituali legati a Giano iniziavano già nella notte che segnava il passaggio tra il vecchio e il nuovo anno.

Le porte delle case venivano lasciate socchiuse, affinché l’anno vecchio potesse uscire. In alcune zone si disponevano ai lati dell’ingresso fasci di saggina, per impedire l’accesso agli spiriti malevoli. La cena rituale prevedeva erbe amare, simbolo delle difficoltà trascorse, e uova sode, augurio di rinascita e rigenerazione.

 

Le strenne: auguri di fortuna e felicità

Il primo giorno dell’anno era anche tempo di convivialità. I Romani invitavano amici e parenti a pranzo e al termine del banchetto si scambiavano doni simbolici: vasi bianchi contenenti miele, datteri e fichi secchi, accompagnati da ramoscelli d’alloro, chiamati strenna o strenua.

Il nome deriva dalla dea sabina Strenia, divinità della fortuna e della felicità, alla quale era dedicato un boschetto lungo la Via Sacra. Da qui nasce il termine moderno “strenna”, ancora oggi usato per indicare il regalo augurale delle feste.

 

Il rosso del Capodanno: un’eredità antica

Un’ultima tradizione, attestata già nel 31 a.C., racconta che durante il Capodanno romano si indossassero drappi rossi, colore del potere, della salute e della fertilità. Un’usanza che attraversa i secoli e che ritroviamo ancora oggi nel gesto scaramantico di indossare qualcosa di rosso alla fine dell’anno.

 

Un ponte tra passato e presente

Giano Bifronte ci insegna che ogni inizio è sempre legato a una fine. Attraverso i suoi miti e i rituali di gennaio, l’antica Roma ci restituisce un’idea profonda del tempo: non una linea spezzata, ma un continuo passaggio, una porta che si apre mentre un’altra si chiude.

Un messaggio che, a distanza di secoli, continua a parlare anche a noi. Proprio come Giano, con un volto rivolto al passato e uno al futuro, il nuovo anno ci invita a ricordare e a sperare, a chiudere e ad aprire, a varcare una soglia.

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