Territorio
9 settembre 1943
Cronaca di una città in guerra liberata dal coraggio dei sui cittadini
Il ruolo della città nella provincia di Napoli (1927-1943)
Capua dall’inizio del 1927 faceva parte della provincia di Napoli. Il Consiglio dei Ministri, su diretto volere di Benito Mussolini, aveva soppresso la storica provincia di Terra di Lavoro. Il territorio, suddiviso in cinque circoscrizioni – da Nola a Gaeta, passando per Caserta, Piedimonte d’Alife e Sora – venne smembrato e distribuito tra tre regioni: Campania, Lazio e Molise.
All’interno della nuova provincia di Napoli, Capua emerse come uno dei punti di forza dell’antifascismo, insieme a Napoli e Nola. Questo ruolo era strettamente legato alla presenza del Laboratorio Pirotecnico dell’Esercito, con oltre 4.000 operai, una delle maggiori concentrazioni operaie del Mezzogiorno insieme a Castellamare e alla zona orientale di Napoli.
Nonostante la violenza degli squadristi fascisti – che nel 1921 e 1922 avevano assaltato il municipio e distrutto la sede della Società di Mutuo Soccorso – la città mantenne un forte nucleo di resistenza operaia e intellettuale. Tre gruppi antifascisti si distinsero per attività e organizzazione.
I due principali ruotavano attorno a intellettuali di diversa formazione politica, ma legati da un filo comune alla tradizione culturale del Risorgimento capuano. Alberto Iannone, di formazione marxista, era nipote di Alberto Bellentani, intellettuale mazziniano chiamato da Salvatore Pizzi a dirigere la Normale Femminile di Capua. Questa scuola pionieristica mirava all’emancipazione femminile e all’alfabetizzazione, introducendo per prima in Italia il metodo didattico tedesco adottato successivamente nelle riforme delle Magistrali.
A Capua, la cultura illuministica riemergeva anche attraverso figure come Luigi Garofano Venosta, direttore del Museo Campano e capo di un gruppo antifascista noto come “gruppo del Museo”, che operava sotto la copertura della “Brigata per la salvaguardia dei Monumenti di Capua”. Tra i membri figuravano anche studiosi come Andrea Mariano, futuro primo sindaco di Capua dopo la liberazione.
Il terzo gruppo, legato alla Chiesa e al partito Popolare, era guidato da Mario Zaccaro e dall’ingegnere Giuseppe Raimondo. Solo il gruppo di Iannone manteneva contatti con organizzazioni clandestine di altre città, come il PCI napoletano e casertano. La loro attività culminò nella pubblicazione del giornale “Il proletario”, unico giornale clandestino diffuso nel Sud Italia, stampato e distribuito da figure come i fratelli Tucci e il ferroviere Aniello Tucci, con collaborazioni da Napoli e Capua.
Durante gli anni che portarono alla Seconda Guerra Mondiale e all’alleanza con la Germania, l’Italia visse un crescente malessere sociale. I gruppi antifascisti capuani adottarono strategie di penetrazione nelle organizzazioni sindacali, universitarie e militari fasciste, costruendo una rete clandestina operativa che avrebbe dato i suoi frutti nel periodo immediatamente successivo alla caduta del regime.
Dopo l’arresto di Mussolini a luglio 1943, i gruppi antifascisti tentarono una riorganizzazione. Tuttavia, la fretta e alcune imprudenze provocarono l’intervento della polizia. Molti attivisti furono arrestati, mentre altri riuscirono a fuggire. Alla vigilia dell’8 settembre, l’opposizione antifascista capuana era ancora frammentata, ma significativa.
Con l’annuncio dell’armistizio con gli Alleati da parte del Generale Badoglio, trasmesso il 8 settembre 1943, i cittadini capuani rimasero inizialmente entusiasti. Purtroppo, la mancanza di direttive chiare e la preparazione tedesca per l’occupazione segnarono l’inizio di un periodo ancora più drammatico per la città, che si ritrovò tra due fuochi: l’avanzata alleata e la presenza dell’esercito tedesco.
L’eroismo di Luigi Garofano Venosta e la difesa del patrimonio culturale
Dall’8 settembre 1943, Capua si trovò intrappolata tra due minacce: i bombardamenti alleati e l’occupazione tedesca. Il feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle armate tedesche per il Sud Italia, aveva predisposto la costruzione di due linee difensive: la linea Reinhardt, con centro a Mignano Montelungo, e la linea Gustav, con centro a Montecassino. L’obiettivo era rallentare l’avanzata alleata, dando tempo alla decima armata di fortificarsi lungo il Volturno e di applicare le dure regole di ingaggio militare, già collaudate sul fronte orientale, per punire “il tradimento” degli italiani e guadagnare tempo tramite il terrore.
In questo contesto, la popolazione civile capuana era esposta a rischi crescenti. Come documenta Morris nel libro “La guerra inutile”, la mancanza di ordini chiari da parte del governo Badoglio e le modifiche ai piani alleati – come il passaggio dall’operazione Giant 1 a Giant 2, che spostò l’82ª Divisione aerotrasportata dai ponti del Volturno a Roma – lasciarono la città senza alcuna protezione reale.
La mattina del 9 settembre 1943, Capua fu colpita da uno dei bombardamenti più devastanti della Seconda Guerra Mondiale in Italia. Parte dell’operazione alleata “Avalanche”, mirata allo sbarco a Salerno, l’attacco aveva come obiettivo i ponti e le infrastrutture militari tedesche per ostacolare la ritirata e la resistenza nemica.
Tuttavia, il bombardamento si rivelò tragicamente indiscriminato. Gli aerei anglo-americani riversarono un carico di bombe sul centro abitato: furono distrutti edifici storici, chiese e il celebre Ponte Romano con le annesse Torri di Federico II. Le stime parlano di 1.062 vittime tra civili e militari, un numero altissimo rispetto alla dimensione della città.
Tra le macerie, il Museo Campano, ospitato nel magnifico Palazzo Antignano, subì gravi danni. Eppure, le collezioni sopravvissero. Questo miracolo fu reso possibile grazie all’eroismo di Luigi Garofano Venosta, direttore del museo dal 1940.
Consapevole del rischio imminente, Garofano Venosta mise in sicurezza reperti archeologici, statue, vasi e opere d’arte, trasferendoli nei sotterranei e negli scantinati del museo. Il 9 settembre, tra le macerie e sotto il pericolo dei bombardamenti, fu visto aggirarsi tra ciò che restava dell’edificio, proteggendo il patrimonio storico dagli sciacalli e dalle intemperie.
Anche Amedeo Maiuri, allora sovrintendente alle antichità per la Campania, riconobbe il suo impegno: descrisse Garofano Venosta come un uomo “curvo e disfatto”, ma instancabilmente vigile sul tesoro del museo.
Grazie alla sua dedizione, la maggior parte delle collezioni fu preservata e poté essere recuperata nel dopoguerra, quando il Museo Campano tornò a risplendere come simbolo della resilienza di Capua. La figura di Garofano Venosta ci ricorda che la tutela del patrimonio culturale è un atto di coraggio e amore, capace di sopravvivere anche ai momenti più tragici della storia.
Capua tra occupazione tedesca e resistenza spontanea: il coraggio dei cittadini
Dopo il devastante bombardamento del 9 settembre 1943, i cittadini di Capua dovettero affrontare nuove atrocità. I tedeschi, nell’occupazione della città, condussero numerosi rastrellamenti mirati a reperire braccia per costruire fortificazioni lungo le linee difensive, razziare viveri e animali per sfamare l’esercito, e catturare uomini destinati ai campi di smistamento, tra cui Dachau, vicino Monaco di Baviera, dove venivano impiegati forzatamente negli stabilimenti della BMW.
Subito dopo il bombardamento, il reparto tedesco acquartierato in via Duomo abbandonò la città distrutta, schierandosi sulla riva destra del Volturno. Ogni giorno, con i mezzi dei pescatori locali chiamati lontri, i soldati tedeschi, accompagnati da collaborazionisti, attraversavano il fiume e procedevano a rastrellamenti nelle case, nelle campagne e nelle caserme abbandonate. Chi si opponeva anche minimamente veniva fucilato. Tra le vittime, 32 cittadini capuani persero la vita, tra cui uomini, donne e militari, molti in azioni di pura gratuità. Tra i più noti, Mariano Lombardi, esploratore e cognato del generale Nobile, fu ucciso a colpi di mitra solo perché zoppicava e per questo si attardava ad eseguire l’intimazione ad abbandonare le grotte di Santa Caterina dove si era rifugiata una parte della popolazione scampata al bombardamento.
Non mancò però chi si oppose con coraggio. L’impiegato comunale Ermelindo Pesce si rifiutò di consegnare le liste di leva ai tedeschi, proteggendo così i giovani della città. Arrestato, fu deportato al campo di concentramento di Sparanise.
La reazione spontanea della città
Nonostante la rapidità e la brutalità degli eventi, a Capua si sviluppò una resistenza spontanea. Sebbene la città non potesse contare su un’organizzazione partigiana paragonabile a quella del Nord Italia, le azioni di difesa e ribellione furono significative. La scintilla che diede il via alla guerriglia scoppiò il 5 ottobre 1943, quando i soldati tedeschi iniziarono a bruciare alcune case in via Gran Priorato di Malta e in via Roma.
In risposta, i cittadini e i militari locali si organizzarono rapidamente. Il tenente Giuseppe Guida del Pirotecnico e il maresciallo dei Carabinieri Giovanni Tescione dissotterrarono armi nascoste, armando uomini pronti a difendere la città. Si unirono civili come Amedeo Lepre, Vincenzo Faenza, Armando Barone, Vittorio D’Angelo e molti altri.
La ribellione locale raggiunse il suo culmine con scontri cruenti lungo il Volturno, vicino alla stazione della Ferrovia Alifana. Qui il carrista Pietro Orsi aprì il fuoco per primo, contribuendo alla fuga dei soldati tedeschi. In altre zone della città, cittadini come Amedeo Lepre catturarono nemici in fuga, dimostrando che la resistenza cresceva anche all’interno delle fila nemiche, stanche e scoraggiate.
Ma il vero inizio della liberazione di Capua si consumò il 5 ottobre, quando il giovanissimo Carlo Santagata diede la vita nella lotta contro l’occupazione tedesca.
Carlo Santagata: il sacrificio di un giovane eroe
La liberazione di Capua non sarebbe stata possibile senza il coraggio di Carlo Santagata, il cui sacrificio rimane una testimonianza indelebile di eroismo e dedizione alla propria città. La causa scatenante della sua tragica morte è nota grazie alla confessione degli stessi soldati tedeschi che lo catturarono e seviziarono, documentata dagli inglesi.
Il 5 ottobre 1943, Carlo fu fermato al posto di blocco nazista in località Pagliariello, all’incrocio tra la nazionale Appia e via Grotte San Lazzaro. I soldati lo derubarono di tutti gli oggetti personali, compresi alcuni pezzi di pane che aveva procurato per la sua famiglia. Nonostante la gravità della situazione, Carlo si recò in località Macello, dove teneva nascosto un fucile e un tascapane pieno di bombe a mano.
Già il fatto che un giovane custodisse armi indica la sua determinazione e consapevolezza. Carlo, infatti, era stato mascotte di un reparto di alpini guastatori, esperienza che gli aveva insegnato a usare le armi con precisione. Tornato al posto di blocco, ingaggiò da solo una battaglia con i soldati tedeschi, causando gravi danni al nemico. Ferito e catturato, fu brutalmente impiccato a un albero, trasformando la sua morte in un simbolo di resistenza consapevole e coraggiosa.
Il gesto di Carlo non fu un atto impulsivo fine a se stesso: il giovane aveva probabilmente intenzione di unirsi agli altri capuani già in lotta in diversi punti della città, dopo aver provveduto al sostentamento della famiglia, in un momento di estrema difficoltà. Lo stesso carrista Pietro Orsi si unì agli insorti mentre cercava cibo per i suoi cari.
Ciò che accadde a Carlo fu scoperto il 6 ottobre, la mattina successiva, grazie al tenente dei bersaglieri Alessandro De Rosa, rientrato a Capua dalla sua famiglia sfollata a Macerata Campania. Giunto nei pressi di Pagliariello, vide il corpo ancora penzolante del giovane e apprese dai concittadini dei combattimenti in corso e dello scontro tra i tedeschi e le truppe inglesi ferme al rione che oggi porta il nome di Carlo.
Comprendendo che i nazisti erano ormai in difficoltà, De Rosa organizzò una squadra composta da Carmine Caputo, Raffaele Belli, Gennaro Martino e Ciro Grimaldi. Scelsero una posizione strategica a circa 200 metri dal reparto tedesco e aprirono il fuoco con un fucile mitragliatore. L’azione costrinse i soldati tedeschi alla resa, permettendo agli inglesi di entrare in città, catturare i nemici e prendere atto del sacrificio di Carlo.
Gli stessi tedeschi confessarono quanto accaduto il giorno precedente: lo scontro con il giovane, le perdite subite, la cattura grazie all’inceppamento del suo fucile e le sevizie subite. Grazie a questo coraggio, la ribellione dei cittadini capuani riuscì a liberare la città dall’occupazione tedesca, dimostrando che il sacrificio individuale può avere un impatto decisivo nella storia collettiva.
Un occhio attento noterà lungo il tratto dell’Appia che da Capua conduce a Santa Maria Capua Vetere, protetto da un recinto, un gelso monumentale, alto circa otto metri. Iscritto all’Albo Regionale degli Alberi Monumentali, questo albero fa parte della storia della Resistenza locale, poiché è il luogo in cui Carlo Santagata fu impiccato.
La targa posta accanto al gelso nel 1972 recita:
"A questo albero fu impiccato Carlo Santagata, Medaglia d’oro della Resistenza. Giovane sedicenne, pur reso edotto dal pericolo cui andava incontro, si impegnava da solo in azioni di guerriglia contro il nemico ripiegante tra Santa Maria C. V. e Capua. Catturato dal nemico, seviziato e impiccato, immolava la sua giovane esistenza con serenità e virile coraggio. Luminoso esempio del tradizionale eroismo della gioventù italiana. Santa Maria Capua Vetere – Capua, 5 ottobre 1943."
La vicenda di Carlo Santagata, insignito della medaglia d’oro al valor militare, non è solo un ricordo tragico, ma un simbolo della determinazione e del coraggio del popolo capuano. La sua memoria resta un faro per le generazioni future e testimonia come, anche nei momenti più bui, la volontà di combattere per la libertà possa cambiare il corso della storia.
