Territorio
Santa Placida e il Monastero di San Gabriello
Un luogo di culto, storia e memoria nella Capua del Settecento
A poche decine di metri dal Museo Provinciale Campano, quasi nascosta alla fine di via Duomo, sorge la chiesa dedicata all’Arcangelo Gabriele, più nota oggi con il nome di Santa Placida. È qui, infatti, che dal 1752 furono custodite le spoglie della santa in un pregevole reliquiario ligneo settecentesco, la cui presenza contribuì a ridefinire identità, culto e immaginario religioso della Capua borbonica.
Architettura e identità del complesso religioso
L’accesso alla chiesa avviene tramite due gradini che introducono a una facciata sobria ma elegante: due paraste definiscono il prospetto, incorniciando un portale sormontato da un timpano mistilineo, sopra il quale si apre un finestrone anch’esso mistilineo.
L’interno è costituito da un’unica navata arricchita da matronei e quattro finte cappellette laterali, elementi riconducibili al gusto tardo barocco. Si tratta di una delle poche strutture capuane ancora perfettamente leggibili nella loro veste settecentesca.
Proprio accanto alla chiesa sorgeva un tempo uno dei conventi più importanti e suggestivi della città: quello delle Monache Carmelitane Scalze, osservanti la regola di Santa Teresa. L’edificio, passato al Comune nel 1900, presenta un impianto a corte con due livelli, una terrazza, un giardino e un porticato. Il complesso fu dichiarato di clausura da papa Clemente XIII nel XVIII secolo.
La memoria del luogo è profondamente legata alla presenza della regina Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo di Borbone, che vi soggiornò più volte, come ricordano iscrizioni e testimonianze storiche. La chiesa e il monastero rappresentarono per lei un ambiente di spiritualità e quiete, e costituiscono uno dei tasselli più interessanti del rapporto della sovrana con il territorio capuano.
L’elemento più suggestivo è però il campanile, attribuito con buona sicurezza a Luigi Vanvitelli.
A questo proposito, si conservano preziose testimonianze del coinvolgimento diretto dell’architetto nel complesso.
Nonostante i tanti impegni professionali e gli affanni quotidiani, il Vanvitelli trovò sempre il tempo di soddisfare le richieste che gli provenivano da ogni parte per un consiglio oppure una valutazione di natura tecnica, anche in ordine ad opere poste in essere da altri architetti. E’ proprio il caso della richiesta rivoltagli dalla priora del R. Ritiro di S. Gabriele di Capua, a nome delle monache di quel convento. La badessa era in buonissimi rapporti di amicizia con la Regina Maria Amalia e ciò le aveva sicuramente agevolato il soddisfacimento dell’istanza. Le monache capuane si lamentavano della cattiva progettazione del loro monastero che, a loro avviso, stava per essere edificato “con tutto il maggiore disordine”. Il Vanvitelli riscontrò la richiesta formulatagli, invitandole a Caserta, per sentire le loro ragioni. Ce ne fornisce un resoconto nella lettera n. 676, del 20 ottobre 1759:
“Già martedì vi furon le monache di Capoa (Capua) del Ritiro; girarono tutt’il palazzo Vecchio, poi vennero al Palazzo Novo, ove il Cavaliere gli diede la cioccolata nelle camere di mastro Antonio; La cioccolata finì e non l’avevano avuta tutte, sicché presto presto mandai a casa per reclutare quella poca che avevo e bastò, ma non ne ho avuto piacere”.
Dai pochi righi riportati emerge che a Caserta dovette recarsi una ben nutrita delegazione di monache capuane, se la cioccolata disponibile per gli ospiti si esaurì in breve tempo. E Vanvitelli, che era un uomo di cuore ed accomodante, tolse d’impaccio il padrone di casa offrendo la cioccolata reperita presso la propria abitazione.
L’architetto non era uomo da perdere tempo, tant’è che il successivo giovedì venne a Capua per fare un sopralluogo del quale lasciò traccia, nella medesima lettera n.676:
“Giovedì poi andiedi io a Capoa (Capua) per vedere quel Monastero, il quale si edifica con tutto il maggior disordine, ed a tanto sconcerto non sarà giammai possibile di rimediare, di cui ne sono stato pregato dalla Monaca fondatrice e dal Frate Fondatore. Converrà che vi mandi a prendere la pianta per vedere tutto quello che si puotrà fare, con la minore spesa.”
Questi documenti confermano non solo l’attribuzione vanvitelliana, ma anche la centralità del monastero capuano nel tessuto religioso e politico dell’epoca.
Le reliquie e il culto di Santa Placida
L’arrivo delle reliquie di Santa Placida segnò in modo significativo la storia religiosa di Capua. La santa, vergine di Verona, vissuta probabilmente intorno al VI secolo, è figura poco nota al di fuori dell’Italia settentrionale. La sua ricorrenza cade il 12 settembre insieme a quella di San Guido e della Beata Maria Vittoria Fornari Strata.
Il culto capuano si affermò grazie ai Borbone, che nel Settecento promossero attivamente la devozione.
Come per altre figure venerate soprattutto nell’Italia meridionale - da San Cono a Santa Filomena, da Rosalia a Venera - anche Placida si inserisce nell’universo delle sante martiri che alimentarono la spiritualità barocca delle comunità locali.
Il reliquiario di Santa Placida, intagliato e dorato in stile rococò, conserva le spoglie imbalsamate della santa, la cui autenticità è confermata dalla chiesa locale. La devozione popolare, testimoniata da secoli, è un fenomeno radicato e tuttora vivo, nonostante le discussioni moderne sulle reliquie siano spesso improntate allo scetticismo.
Un documento settecentesco e il presunto miracolo
Un importante documento del Settecento, pubblicato da Francesco Nigro (S. Nicola La Strada nel secolo XVIII, 1982), testimonia la profonda fede legata alla santa e la credenza nei miracoli. Nel testo si legge:
“Il 24 aprile 1758, Agnello Pascariello ed Antonia Ciavattone, coniugi del casale di S. Nicola la Strada, attestano davanti al notaio Francesco della Peruta come da anni sette addietro Agnello fu sorpreso da una infermità di semiparalisi universale accompagnata con tremore di tutte le membre, che lo obbligava a portare le stampelle sotto le braccia per potere con quelle in qualche maniera abilitarsi a camminare… Essendo venuti a conoscenza dei prodigi che giornalmente faceva iddio ad intercessione della sua serva Santa Placida esposta nella chiesa di S. Arcangelo Gabriele nella città di Capua, Agnello volle farsi portare ai piedi della santa il 15 aprile [dello stesso anno]… Egli attesta che in effetto dell’ora in poi si trova nel seguente stato: cammina appoggiato con il solo legno in mano, non porta più stampelle… I coniugi dichiarano che tale miglioramento è avvenuto per intercessione di Santa Placida… chiedono al notaio che si faccia atto pubblico”.
Questo episodio, che si inserisce nel fervore religioso del Settecento campano, mostra come la chiesa di San Gabriello fosse considerata luogo di grande potenza spirituale.
Il fascino dei “sacri frammenti”, tipico dell’immaginario barocco, intrecciava credenze popolari, riti cristiani, scienza alchemica e tradizioni controriformate.
Come scriveva lo storico Francesco Granata, Santa Placida è una chiesa “picciola ma bellina”:
una struttura elegante, armoniosa, decorata con stucchi rococò attribuiti alla scuola del Vaccaro.
L’arredo originario e le suppellettili sacre sono andati perduti, ma l’identità architettonica rimane intatta, restituendo ai visitatori l’atmosfera devota e intima di un luogo che ha attraversato i secoli.
Maria Amalia di Sassonia e il sacro ritiro di San Gabriello: un legame profondo
Accanto alla storia architettonica e devozionale del complesso, emerge con forza anche il grande legame che Maria Amalia di Sassonia instaurò con Capua e in particolare con il sacro ritiro delle monache carmelitane di San Gabriello.
Grazie a un carteggio conservato nella biblioteca del Museo Campano, è possibile ricostruire quanto frequenti fossero le sue visite e quali ripercussioni ebbero sulla vita del monastero.
La prima visita della regina risale al 4 febbraio 1752, appena una settimana dopo che il ritiro era stato posto sotto protezione regia.
Da quel momento, e fino alla partenza per la Spagna, le visite di Maria Amalia furono numerose, intense e spiritualmente significative.
Uno degli aspetti più affascinanti di questa storia riguarda il suo rapporto con suor Mariangela del Divino Amore, fondatrice del ritiro e figura carismatica dell’ordine carmelitano.
L’incontro tra le due fu orchestrato con abilità dalla dama di compagnia della regina, Zenobia Revertera di Castropignano, che comprese l’occasione politica e spirituale offerta da quel legame.
Da quel momento nacque un rapporto profondo, sostanziato da scambi epistolari continui e da incontri che coinvolsero anche la corte borbonica.
Questo legame ebbe conseguenze dirette anche sul destino del convento:
grazie all’influenza della regina, il ritiro capuano poté ottenere dal pontefice quanto necessario per consolidarsi come monastero di clausura e per sostenere l’ordine in un periodo di difficoltà e soppressioni.
Le ultime visite della sovrana prima della partenza per la Spagna furono annotate con cura dalle monache del ritiro, che registrarono episodi di forte intensità spirituale e grande coinvolgimento emotivo tra la regina e Angela del Divino Amore.
Anche la notizia della morte della regina, nel 1760, ebbe un profondo impatto sul convento, soprattutto quando si seppe della volontà di Maria Amalia di essere sepolta con l’abito della sua amata suora.
Questi elementi - insieme alle pagine dei diari, agli episodi mistici e agli intrecci politici e spirituali - saranno oggetto di post dedicati che pubblicheremo nei prossimi giorni, incentrato interamente sul rapporto tra Maria Amalia di Sassonia e Angela del Divino Amore, sulla loro storia, sulle testimonianze conservate e sugli intrighi di corte e di clausura che la accompagnarono.
Santa Placida e il Museo Campano: un patrimonio condiviso del territorio
Raccontare la chiesa di Santa Placida e il complesso di San Gabriello significa riscoprire una parte fondamentale della storia spirituale e culturale di Capua.
La presenza di Maria Amalia di Sassonia, l’intervento di Vanvitelli, il culto popolare e le testimonianze architettoniche del Settecento fanno di questo luogo un tassello prezioso del paesaggio storico urbano.
Con la sezione “Territorio”, il Museo Provinciale Campano rinnova l’impegno nel valorizzare questi luoghi, custoditi da secoli e ancora oggi capaci di parlare alla comunità e ai visitatori con la forza silenziosa della loro storia
