Terracotta e vetro
Dal Maccus a Pulcinella
Dalle Fabulae Atellanae alla Commedia dell’Arte. Storia, metamorfosi e fortuna di una maschera universale.
Pulcinella è molto più di una maschera teatrale: è una figura simbolica che attraversa secoli di storia, trasformandosi senza mai perdere il suo legame profondo con la cultura popolare dell’Italia meridionale. Dietro il suo volto irregolare e la sua voce stridula si nasconde una lunga genealogia che affonda le radici nell’antichità romana, passa per la tradizione delle fabulae atellanae, e giunge fino alla codificazione moderna operata da Silvio Fiorillo, drammaturgo capuano del XVII secolo.
Ripercorrere la storia di Pulcinella significa leggere, in controluce, la storia sociale e culturale del territorio campano, dei suoi linguaggi teatrali e delle sue forme di resistenza simbolica al potere.
Le Fabulae Atellanae: la matrice antica del comico popolare
Le fabulae atellanae nacquero tra il IV e il III secolo a.C. nella città osca di Atella, in Campania. Si trattava di farse brevi, improvvisate, fondate su tipi fissi e su una comicità diretta, spesso grottesca, che metteva in scena vizi, paure e contraddizioni della società.
A differenza del teatro colto di tradizione greca, l’Atellana parlava il linguaggio del popolo, ricorrendo a personaggi riconoscibili e stereotipati. Tra questi, uno in particolare presenta sorprendenti affinità con la futura maschera di Pulcinella: Maccus.
Maccus era il personaggio buffonesco per eccellenza delle Atellane. Il suo aspetto era deformato: naso prominente, ventre gonfio, postura sgraziata. Ma dietro l’apparente stupidità si celava spesso una sottile astuzia, capace di ribaltare situazioni e gerarchie.
Maccus rappresentava il rovesciamento del mondo ordinato: il servo che beffa il padrone, il debole che sopravvive grazie all’ingegno. Questa ambivalenza – ingenuità e furbizia, comicità e critica sociale – costituisce uno dei fili rossi che collegano l’antico teatro italico alla maschera moderna di Pulcinella.
Non è un caso che la Campania, e in particolare l’area tra Atella, Capua e Napoli, diventi il terreno fertile per la lunga evoluzione di questa figura.
Dall’Atellana alla Commedia dell’Arte: una maschera in trasformazione
Con la fine del mondo antico, il patrimonio dell’Atellana non scompare, ma si trasforma. Sopravvive nelle forme del teatro popolare medievale e rinascimentale, fino a riemergere nella Commedia dell’Arte, dove la maschera diventa un dispositivo scenico stabile, dotato di un carattere definito e di un linguaggio riconoscibile.
È in questo contesto che Pulcinella assume una fisionomia più precisa, ma ancora fluida. La sua vera codificazione avviene tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, grazie all’opera di un autore capuano: Silvio Fiorillo, drammaturgo e attore nato proprio nella città campana nel 1565.
Approfondire la figura di Pulcinella significa attraversare la storia del teatro moderno, del linguaggio popolare e della satira sociale nell’Italia meridionale tra Cinquecento e Seicento, in un contesto dominato dal potere spagnolo sul Regno di Napoli.
Prima di dedicarsi stabilmente alla scrittura teatrale, Fiorillo prestò servizio nella cavalleria. Questa esperienza militare influenzò direttamente la creazione di uno dei suoi primi personaggi: Capitan Matamoros, maschera di origine bolognese che rappresentava il soldato fanfarone, violento a parole ma pavido nei fatti. Il personaggio si ispirava al Miles Gloriosus di Plauto e alludeva ai soldati spagnoli impegnati nella Reconquista, soprannominati “matamoros”, ovvero “ammazza mori”.
Ma la svolta nella carriera di Fiorillo avvenne con la composizione della commedia “La Lucilla Costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella”, testo giunto fino a noi in versione integrale e considerato fondamentale per la storia della maschera di Pulcinella.
In quest’opera, Pulcinella entra per la prima volta in scena come personaggio strutturato, contrapponendosi direttamente a Capitan Matamoros. Il contrasto tra i due è fortemente simbolico: da un lato il potere militare arrogante e oppressivo, dall’altro l’astuzia popolare, capace di smascherare l’autorità attraverso l’ironia.
Pulcinella non vince con la forza, ma con la parola. In uno dei passaggi più significativi della commedia, egli afferma che
«Chi parla troppo di valore, spesso lo lascia a casa quando serve»,
ridicolizzando l’eroismo ostentato del Capitano e ribaltando i rapporti di potere sulla scena.
Altrove dichiara apertamente la sua filosofia di sopravvivenza:
«Io non cerco guerra, cerco scampo; e chi sa scansare i colpi vive più a lungo dei coraggiosi».
E ancora:
«Io rido, ma non per gioco: rido perché ridendo si può dire ogni cosa».
Con queste battute, Fiorillo consegna alla storia una maschera capace di parlare per il popolo, usando il riso come strumento di verità e resistenza.
Pulcinella tra satira, potere e sopravvivenza
Il Pulcinella di Fiorillo appare diverso dall’iconografia più tarda: meno cupo, meno grottesco, ma già profondamente moderno. Non è un eroe, bensì un sopravvissuto, consapevole delle dinamiche del potere e deciso ad aggirarle.
La sua comicità non è mai innocente: serve a dire ciò che non può essere detto apertamente. In questo senso, Pulcinella diventa una forma di critica sociale mascherata, un dispositivo teatrale che consente di mettere in discussione l’autorità senza affrontarla frontalmente.
Nel corso dei secoli, Pulcinella assumerà le caratteristiche che lo renderanno universalmente riconoscibile: la schiena curva, il ventre prominente, il naso adunco, la voce stridula, il linguaggio allusivo e carico di doppi sensi.
Questi tratti non sono casuali, ma riflettono la sua natura ambigua: servo e ribelle, ingenuo e calcolatore, vittima e osservatore lucido della realtà. Da maschera teatrale, Pulcinella diventerà simbolo dell’identità napoletana e, più in generale, dell’uomo comune che affronta il potere con l’arma dell’intelligenza.
Questa eredità popolare e teatrale, dalle farse atellane al teatro classico napoletano, racconta quanto Pulcinella sia un ponte tra culture, tempi e linguaggi, simbolo eterno di ironia, astuzia e ribellione.
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In galleria: Rappresentazione di attore comico per il quale è stata proposta l’identificazione con il Maccus della fabula atellana.
Personaggio maschile rappresentato seduto a terra, interamente ricoperto da un manto con cappuccio. Le braccia sono distese in avanti e appoggiate sulle ginocchia, le gambe sono piegate e protese in avanti, i piedi appoggiano sul pavimento con il tallone e le punte sono leggermente sollevate. I capelli parzialmente visibili fuoriescono dal cappuccio sulla fronte, il volto è coperto da una maschera.
