Territorio
Il Sacco di Capua
Quando il Volturno si tinse di sangue (24 luglio 1501)
Cinque secoli fa Capua, allora tra le città più ricche e strategiche del Regno di Napoli, viveva la pagina più buia della sua storia. Un tradimento, un pomeriggio di violenza senza pietà, e una memoria che la città non ha mai smesso di custodire.
Nel 1501 Capua non era una città qualunque. Difesa su tre lati dal Volturno e sul quarto da mura e fossati, era considerata la clavis regni, la chiave del Regno di Napoli: chi la possedeva, apriva la strada alla capitale. Fu proprio questa centralità a condannarla.
Un regno conteso tra Francia e Spagna
Dopo la morte di Ferrante d'Aragona, il Regno di Napoli era precipitato nell'instabilità. Con il trattato di Granada del novembre 1500, Luigi XII di Francia e Ferdinando il Cattolico di Spagna si erano accordati per spartirsi il Mezzogiorno a danno del legittimo sovrano, Federico I d'Aragona. A completare il disegno arrivò anche papa Alessandro VI, che depose e scomunicò Federico, inviando contro Capua l'esercito francese del generale Bérault Stuart d'Aubigny, affiancato dalle truppe del proprio figlio, Cesare Borgia, duca Valentino, che aveva fatto del motto «Aut Caesar aut nihil» - o Cesare o niente - la propria bandiera.
Alle ragioni politiche, per Cesare Borgia, se ne aggiungeva una personale: Federico gli aveva negato in sposa la figlia Carlotta d'Aragona. Fu un rifiuto che la memoria locale non dimenticò: nel 1840 il dramma teatrale Il Sacco di Capua 1501 di Salvator Sava portò in scena proprio quella vicenda, facendo dire alla giovane principessa di aborrire
"un uomo al cui nome inorridisce l'Italia"
L'assedio e il tradimento del Valentino
A metà luglio le truppe franco-borgiane cinsero d'assedio la città, accampandosi nei pressi di quello che oggi è il ponte verso Sant'Angelo in Formis. Capua resistette con ostinazione per circa due settimane, difesa da Fabrizio Colonna e, al suo fianco, dal giovane cavaliere capuano Ettore Fieramosca: nato a Capua nel 1476, cresciuto come paggio alla corte aragonese, si era già distinto giovanissimo come comandante di balestrieri a cavallo.
Sfiancata dalla fame e dai continui assalti, il 24 luglio la città trattò la resa in cambio di una consistente somma in ducati, da versare entro le tre del pomeriggio. Le porte - la Tifatina, la Capuana, quella del Castello e quella delle Due Torri - furono aperte in anticipo, in segno di buona fede. Ma quando la maggior parte dei soldati fu dentro le mura, in piazza dei Giudici Cesare Borgia venne meno alla parola data e diede il segnale della strage. Anche Fieramosca fu catturato, e i francesi gli sequestrarono rendite e feudi di famiglia: eppure, meno di due anni dopo, nel febbraio 1503, sarebbe diventato il "campione" della celebre Disfida di Barletta, il duello tra tredici cavalieri italiani e tredici francesi che la memoria collettiva lesse anche come un risarcimento morale per umiliazioni come quella subita dalla sua Capua.
La furia del Sacco
Le cronache raccontano una violenza che non risparmiò nessuno: uomini, donne, bambini, religiosi. Molte donne, pur di sfuggire alla violenza dei soldati, si gettarono nel Volturno, che secondo il ricordo tramandato in città si tinse di rosso lungo le vie che degradavano verso il fiume. La tradizione storica capuana ricorda ancora oggi quel pomeriggio come
"uno dei più funesti spettacoli che la terra abbia esposto al cielo".
Sul numero delle vittime le fonti divergono sensibilmente, come ha messo in evidenza lo storico Giancarlo Bova nel suo studio Il Sacco di Capua: 24 luglio 1501 (2009), oggi il riferimento storiografico più completo sull'episodio: il diarista veneziano Marino Sanudo, che nei suoi Diarii ne scrisse quasi in presa diretta, parla di poco più di milleduecento morti; altre cronache dell'epoca indicano circa duemila caduti; lo storico Jacob Burckhardt e il canonico capuano Gabriele Iannelli arrivano a stimarne fino a seimila, su una popolazione cittadina che, secondo la Relatio ad limina Apostolorum dell'arcivescovo Cesare Costa (1590), contava appena dodicimila abitanti.
Tra le leggende tramandate c'è quella di Cristoforo Sannelli, allora un infante scampato al massacro, che da adulto fece erigere nella chiesa della Santissima Annunziata un altare con una statua lignea di San Cristoforo - il santo di cui portava il nome - raffigurato con Gesù bambino sulla spalla. Quella statua, alta due metri, è oggi conservata proprio nelle sale del Museo Campano.
La Cappella della Morte, un luogo di memoria
Nel punto dove l'esercito di d'Aubigny aveva posto il proprio accampamento prima dell'assedio sorge ancora oggi la Cappella della Morte, poco fuori le mura, verso il ponte per Sant'Angelo in Formis. Fu la comunità capuana, dopo il massacro, a fondare in memoria delle vittime un sodalizio religioso - l'Arciconfraternita della Morte - a cui si deve la costruzione del piccolo sacello, ricordato anche dal canonico Francesco Granata nella sua Storia sacra della chiesa metropolitana di Capua (1766). L'interno, a navata unica, ha pavimento in maioliche rosso scuro, pareti bianche e volta a botte.
Danneggiata dagli scontri del settembre-ottobre 1860, la cappella fu poi restaurata; nel 1910 l'Arciconfraternita della Morte vi pose una lapide marmorea, ancora oggi leggibile, che ricostruisce la vicenda: ricorda come il 13 luglio 1501 Bernardo d'Aubigny vi avesse posto il proprio accampamento con ventimila soldati, e come undici giorni dopo da lì fossero mosse le schiere
"alla strage di Capua, donde il nome a questo tempietto di Cappella della Morte".
Non lontano, lungo un'ansa del fiume dove la corrente portava i corpi delle vittime, sorgeva un'immagine murale della Madonna della Pietà, chiamata popolarmente "la Santella". Il cronista Agostino Pasquale, nel suo Racconto del Sacco di Capua (1682), la descrive come "un'immagine di Maria Vergine col suo morto Figlio nel seno", con le mani a sorreggerne il capo: a quell'immagine la tradizione attribuì il miracolo di aver fermato in quel punto la furia dei soldati. In sua memoria fu edificata nel 1761 la Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
La memoria che non si spegne
Ogni anno, attorno al 24 luglio, Capua ricorda le vittime con una messa in suffragio e con il gesto, ormai tradizionale, di lanciare fiori nelle acque del Volturno. Da oltre trent'anni la città affianca a questo momento raccolto una grande rievocazione storica in costume, con accampamenti cinquecenteschi, dimostrazioni di scherma e tiro con l'arco, spettacoli teatrali e percorsi guidati tra i luoghi simbolo dell'assedio.
È un modo che Capua ha scelto per non lasciare che quel pomeriggio di cinquecento anni fa diventi solo una data su un libro: lo stesso spirito con cui il Museo Campano custodisce, tra le proprie sale, la statua di San Cristoforo salvata da un bambino sopravvissuto al Sacco — un piccolo, silenzioso testimone che da oltre cinque secoli continua a raccontare.
