Territorio
La Janara
Un culto antico tra Benevento e il Monte Tifata
Nel patrimonio immateriale della Campania, poche figure sono state caricate di significati ambigui e contraddittori quanto la Janara. Tradizionalmente associata alla stregoneria e alla superstizione, la Janara è stata a lungo relegata ai margini della storia ufficiale, come se appartenesse a un mondo separato e irrazionale. Tuttavia, osservata attraverso una lente archeologica e storico-religiosa, questa figura può essere letta come il riflesso di una memoria molto più antica, stratificata e complessa.
Una delle ipotesi più suggestive, e allo stesso tempo più coerenti con il quadro territoriale, è quella che mette in relazione la Janara con il culto di Diana, in particolare con quello attestato sul Monte Tifata, alle pendici del quale sorgeva un importante santuario dedicato a Diana Tifatina. I resti di questo culto, frammentari ma significativi, sono oggi conservati nelle collezioni del Museo Campano, dove testimoniano la centralità della divinità nel panorama religioso dell’antica Campania.
Le fonti archeologiche e letterarie indicano che Diana, in questo contesto, non fosse semplicemente una dea della caccia. Era piuttosto una divinità legata ai boschi, alla luna, ai cicli naturali e alla sfera femminile, in particolare ai momenti di passaggio della vita: la nascita, la crescita, la trasformazione. È in questa dimensione che si può collocare, per ipotesi, l’origine di pratiche rituali affidate a gruppi di donne, custodi di saperi trasmessi oralmente e radicati nel rapporto con la natura.
Il termine stesso Janara potrebbe rimandare a questa origine. Alcuni studiosi hanno ipotizzato una derivazione da Dianara, “donna di Diana”, mentre altri hanno suggerito un legame con il latino ianua, la soglia. In entrambi i casi, il riferimento è a una funzione liminale, di passaggio e mediazione, che ben si accorda sia con il profilo delle devote di Diana sia con quello delle figure femminili ricordate dalle tradizioni popolari tra il Sannio, l’Irpinia e la Terra di Lavoro.
Se si accetta questa chiave di lettura, anche i racconti di rituali notturni assumono una fisionomia diversa. È plausibile immaginare che alcune pratiche cultuali legate a Diana si svolgessero in momenti specifici del calendario lunare e in spazi naturali considerati sacri, come i boschi del Tifata. In molte religioni antiche, il bosco non era un luogo marginale, ma uno spazio privilegiato di contatto con il divino. Le narrazioni successive, filtrate attraverso secoli di cristianizzazione e di controllo sociale, avrebbero poi trasformato questi riti in immagini deformate di voli notturni, metamorfosi e presunti sabba.
Con il progressivo affermarsi del cristianesimo, il santuario di Diana Tifatina perse il suo ruolo originario e l’area sacra venne riorganizzata secondo nuovi significati, come dimostra la presenza del complesso di Sant’Angelo in Formis. Questo processo non va letto necessariamente come una cancellazione totale, ma come una trasformazione profonda del linguaggio simbolico. Ciò che prima era culto riconosciuto divenne superstizione; ciò che era pratica rituale divenne sospetto; ciò che era sapere femminile divenne, col tempo, motivo di paura.
In questo passaggio storico potrebbe collocarsi la nascita della Janara così come la conosciamo nelle fonti moderne: non una figura fantastica, ma una donna reale, percepita come depositaria di un sapere altro, non istituzionalizzato, e per questo progressivamente marginalizzata e demonizzata. La Janara, in questa prospettiva, non rappresenta una rottura con il passato, ma una sua sopravvivenza deformata.
Raccontare la Janara in relazione a Diana Tifatina significa quindi proporre una lettura che non separa nettamente storia e tradizione, ma le mette in dialogo. Non si tratta di affermare una verità assoluta, quanto piuttosto di riconoscere una ipotesi plausibile, fondata sulla continuità territoriale, simbolica e culturale della Campania antica.
In questo intreccio la Janara smette di essere soltanto una figura folkloristica e torna a essere ciò che probabilmente è sempre stata: una traccia fragile ma persistente di un passato che, nonostante tutto, continua a interrogare il presente.
