Territorio
Anfiteatro di Capua
La grande arena che venne prima del Colosseo
Immaginate un'arena capace di contenere 60.000 persone, con sotterranei percorsi da gallerie misteriose, decorata da busti di divinità e risuonante del fragore dei combattimenti. Non stiamo parlando del Colosseo di Roma — ma di qualcosa di ancora più antico, e forse ancora più affascinante: l'Anfiteatro Campano di Capua, oggi nel territorio di Santa Maria Capua Vetere.
Un monumento che il Museo Campano custodisce nella memoria e nei suoi reperti, e che merita di essere conosciuto in tutta la sua straordinaria profondità storica.
Prima dell'anfiteatro imperiale: l'arena di Spartaco
L'Anfiteatro Campano sostituì un'arena più antica, risalente al 130–90 a.C., nei pressi della quale sorgeva la scuola gladiatoria da cui partì la rivolta di Spartaco nel 73 a.C. Era già allora un luogo simbolo: il prestigio di Capua era così elevato che fu definita da Cicerone altera Roma, ovvero seconda Roma.
In questa prima arena, il gladiatore trace Spartaco e settanta compagni si ribellarono al loro padrone, il lanista Lentulo Batiato, dando il via alla Terza Guerra Servile — una rivolta che per due anni tenne in scacco la Repubblica Romana. Un evento che ha segnato per sempre la storia di questo luogo.
La grande costruzione: da Domiziano ad Antonino Pio
Costruito tra la fine del I secolo d.C. e l'inizio del II secolo d.C., durante l'età flavia, l'anfiteatro campano sostituì definitivamente l'arena più antica, completamente demolita alla fine del I secolo d.C.
La fonte storica più importante sulla sua storia costruttiva è un'iscrizione oggi conservata proprio al Museo Campano di Capua: un'iscrizione dedicata da Antonino Pio, nella quale si fa menzione dei restauri del colonnato e del nuovo arredo scultoreo fatti eseguire dall'imperatore Adriano. Adriano intervenne nel 119 d.C. arricchendo il monumento con statue e colonne; fu poi Antonino Pio a inaugurarlo ufficialmente nel 155 d.C.
Un colosso di pietra e marmo
La struttura poteva ospitare fino a 60.000 spettatori ed era a pianta ellittica. L'asse maggiore misurava 170 metri mentre l'asse minore era di 139 metri. La struttura esterna disponeva di 4 piani, in ordine tuscanico, per un'altezza complessiva di 46 metri. I tre piani inferiori erano costituiti da 80 arcate ciascuno, in travertino, e le chiavi d'arco erano ornate con busti di divinità.
Un dettaglio affascinante riguarda proprio questi busti: sette di essi sono ancora visibili oggi sulla facciata del Palazzo Municipale di Capua, mentre altri sono conservati al Museo Campano — testimonianze silenziose di una decorazione che doveva essere di straordinaria ricchezza.
I sotterranei dell'Anfiteatro ospitavano una sorta di "ascensori" — in parte visibili ancora oggi — che, mediante un sistema di carrucole e gabbie, portavano sull'arena scenografie e animali per gli spettacoli. Un sistema ingegneristico che lascia ancora oggi stupiti per la sua modernità.
L'Anfiteatro campano condivide diverse soluzioni architettoniche con l'Anfiteatro Flavio di Roma, tanto da far supporre che siano stati utilizzati come modelli l'uno per l'altro. In altre parole: il Colosseo potrebbe aver guardato a Capua.
La fine degli spettacoli e la lunga agonia del monumento
Con l'abolizione dei combattimenti gladiatorii decretata dall'imperatore Onorio nel 404 d.C., la funzione dell'anfiteatro cambiò profondamente. Gli spettacoli con le belve continuarono ancora per qualche tempo, fino ai danni causati da Genserico nel 456 d.C.; un ultimo restauro avvenne nel 530 d.C.
La trasformazione fu anche spirituale: nel V-VI secolo, una parte dei sotterranei fu trasformata in un oratorio cristiano, con affreschi parzialmente conservati, una pavimentazione in lastre di marmo e un altare addossato a una nicchia. L'arena dei gladiatori diventava luogo di preghiera.
Il saccheggio e l'incendio operati dai Saraceni nell'841 d.C. segnarono la fine della Capua antica. L'anfiteatro, ribattezzato Colossum o Berolais, divenne una rocca difensiva per una città quasi disabitata. Nei secoli successivi, fu ampiamente depredato dagli stessi capuani per la costruzione del Castello longobardo, del Duomo, del campanile e di molti palazzi della Capua attuale. Pietre antiche che vivono ancora oggi negli edifici della città.
I reperti al Museo Campano: la memoria dell'anfiteatro
Il Museo Campano di Capua è uno dei luoghi in cui la memoria dell'anfiteatro sopravvive in modo più tangibile. Tra i reperti conservati, spiccano le chiavi d'arco che decoravano l'esterno del monumento, iscrizioni onorarie con dedica agli imperatori Adriano e Antonino Pio e frammenti scultorei della decorazione architettonica.
Un posto speciale spetta all'Epigrafe della Colonia Julia di Antonino Pio, scoperta nel 1726 dall'erudito Alessio Simmaco Mazzocchi: è grazie a questo testo che gli storici hanno potuto ricostruire le fasi costruttive dell'edificio. Un documento che, conservato nelle nostre sale, continua a parlarci attraverso i secoli.
