Marmi
Medusa
La Gorgone nel tempo, da Dante a Caravaggio
"Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto",
dicevan tutte riguardando in giuso;
"mal non vengiammo in Tesëo l’assalto".
"Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi, nulla sarebbe di tornar mai suso".
Così disse ’l maestro;
ed elli stessi mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.
O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde sotto 'l velame de li versi strani.
Dante INFERNO IX vv. 52-63
Nel cuore del nono canto dell’Inferno, Dante ci regala uno dei momenti più intensi e misteriosi del suo viaggio ultraterreno. Il Sommo Poeta è quasi giunto alla città di Dite, quando le tre Furie evocano un’arma mortale e antichissima: Medusa, la Gorgone capace di pietrificare chiunque incroci il suo sguardo. Virgilio, la guida di Dante, comprende subito il pericolo e gli ordina di voltarsi e chiudere gli occhi. Ma non si limita a dirlo: gli copre il volto con le sue stesse mani, proteggendolo dalla creatura che rappresenta il confine tra ragione e smarrimento, tra consapevolezza e follia.
Dante, subito dopo, si rivolge direttamente a noi lettori, lasciandoci un messaggio chiaro: dietro questi “versi strani” si nasconde una “dottrina”, un significato più profondo. Ed è qui che la figura di Medusa si fa simbolo, metafora, allegoria. Per alcuni studiosi rappresenta il terrore che paralizza, per altri l’oblio della fede, l’eresia, o l’ostinazione dell’animo umano. In ogni caso, la Gorgone dantesca non è solo un mostro mitologico, ma una presenza che interroga la nostra interiorità.
Chi era davvero Medusa?
Medusa è forse il più celebre dei mostri della mitologia greca. Una delle tre Gorgoni, sorella di Steno ed Euriale (entrambe immortali, lei invece no), viveva ai confini del mondo conosciuto, nell’oceano delle Esperidi. Lì, secondo la leggenda, venne sorpresa da Perseo, eroe greco guidato da Atena, che la decapitò mentre dormiva. Dal suo sangue nacquero Pegaso, il cavallo alato, e Crisaore, l’eroe armato d’oro.
Il volto di Medusa, incorniciato da serpenti al posto dei capelli, è divenuto un’icona potente nel tempo: ambigua, seducente, spaventosa. Una figura sospesa tra fascino e orrore, protagonista di innumerevoli rappresentazioni artistiche — da Caravaggio a Rubens, da Omero a Ovidio.
Vittima o carnefice?
Ovidio, nelle sue Metamorfosi, cambia completamente la prospettiva. Ci racconta di una Medusa bellissima, con una chioma splendida, violentata da Poseidone nel tempio di Atena. Sarà proprio la dea, oltraggiata, a trasformare i capelli della fanciulla in serpenti e a farne un simbolo di terrore. Una punizione doppia, che ha fatto riflettere generazioni di studiosi e artisti, fino a renderla emblema della donna demonizzata, del potere femminile represso.
Medusa nella storia: tra sacro e profano
Nonostante la sua fama di mostro pietrificante, la Gorgone non ha sempre avuto una connotazione negativa. Nella Grecia antica era anche un simbolo apotropaico, ovvero capace di allontanare il male. La sua testa, il Gorgoneion, veniva scolpita sugli scudi, sui frontoni dei templi, sulle porte delle case, come protezione.
Nel periodo ellenistico arriva persino a rappresentare fertilità e prosperità. Ma è nel Medioevo che Medusa assume nuovamente un volto mostruoso, incarnazione del peccato e della tentazione. Solo con il Rinascimento la sua figura viene riscattata, tornando a decorare armi e armature, come quelle dei Medici, e riconquistando un’aura di fascino e seduzione.
Medusa a Mondragone: il Trofeo dei Bagni
Un’interessante testimonianza artistica della Gorgone si trova nella Rocca di Mondragone, in provincia di Caserta. Qui, intorno al 1550, lo scultore Giovanni da Nola e i suoi allievi realizzarono per il duca di Sessa, Gonzalo Fernandez de Cordoba, un’imponente scultura nota come il “Trofeo dei Bagni”. All’interno di quest’opera spicca un grande scudo marmoreo con l’effigie terrificante di Medusa, probabilmente opera dell’artista Annibale Caccavello.
Questo volto di pietra, scolpito con maestria, è un chiaro segno della persistenza del mito nel cuore del Rinascimento napoletano, tra sacro e simbolico, tra paura e bellezza.
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In galleria dettaglio dello scudo marmoreo con testa di Gorgone (ca. 1550), parte del "Trofeo dei Bagni" nella Rocca di Mondragone.
Foto di Luigi Spina
