Il più significativo della civiltà italica della Campania

Borbone

Zenobia Revertera di Castropignano

intrighi, devozione e potere alla corte borbonica

Nel complesso e affascinante universo della corte borbonica del XVIII secolo, la figura di Zenobia Revertera di Castropignano emerge come una delle più controverse e influenti. Dama di compagnia e consigliera della regina Maria Amalia di Sassonia, Zenobia fu protagonista silenziosa ma decisiva di intrighi di palazzo, strategie politiche e pratiche devozionali che intrecciarono potere terreno e spiritualità. Al Museo Campano di Capua, la sua storia consente di leggere dall’interno i meccanismi della vita di corte nel Regno di Napoli.

Figlia di Nicola, duca di Salandra, e moglie di Francesco d’Eboli, duca di Castropignano, Zenobia seppe costruire la propria ascesa grazie a una raffinata capacità di relazione e di mediazione. Alla corte napoletana riuscì rapidamente a conquistare la fiducia della regina Maria Amalia, diventandone confidente e interlocutrice privilegiata. Le fonti coeve la descrivono come donna intelligente, ambiziosa e abilissima nell’arte dell’insinuazione, capace di orientare decisioni politiche e scelte personali della sovrana.

Uno degli episodi più significativi della sua influenza riguarda il Ritiro di San Gabriello a Capua, luogo di meditazione e spiritualità che avrebbe assunto un ruolo centrale nella vita religiosa della regina. Nel 1752, Zenobia ebbe un ruolo decisivo nell’introdurre Maria Amalia alla suora ritenuta “santa”, suor Mariangela (o Angiola) del Divino Amore. L’iniziativa, promossa da padre Salvatore Pagnani e dalla Marrapese, fondatori del Ritiro, si avvalse dell’appoggio di Gabriella Remon, figlia spirituale di Pagnani, e trovò nella duchessa di Castropignano un’intermediaria perfetta. Avendo a corte una parente camerista della regina, Zenobia riuscì a far giungere alla sovrana le informazioni sul convento capuano, presentandolo come luogo privilegiato di esperienze mistiche e miracoli.

Il ruolo della duchessa fu tutt’altro che marginale: come attestano i diari autografi del Ritiro di San Gabriello, Zenobia accompagnò personalmente la regina durante le visite, sollecitando e talvolta forzando le religiose a manifestare presunti doni soprannaturali. Le cronache riportano episodi di estasi, visioni e rapimenti mistici che suscitavano grande compiacimento tanto nella regina quanto nella duchessa, rafforzando un legame fondato su devozione, suggestione e potere simbolico. In questo contesto, Zenobia fu percepita dalle monache come una sorta di angelo custode, mentre Maria Amalia veniva progressivamente assimilata a una figura mariana, “vicaria in terra di quella del Cielo”.

 

Zenobia e la devozione religiosa

La devozione religiosa rappresentò uno degli strumenti più raffinati e strategici attraverso cui Zenobia Revertera di Castropignano costruì e consolidò il proprio ruolo all’interno della corte borbonica. Lontana dall’essere una semplice espressione di fede personale, la spiritualità divenne per la duchessa un linguaggio politico, un mezzo di mediazione e di influenza, soprattutto nei confronti della regina Maria Amalia di Sassonia.

Zenobia non si limitava a raccontare alla sovrana episodi di miracoli e visioni celestiali: la guidava personalmente in incontri con monache ritenute “sante”, donne alle quali venivano attribuite doti soprannaturali e capacità mistiche. In questo contesto, la duchessa si poneva come intermediaria privilegiata tra il mondo terreno e quello divino.

Un episodio emblematico è documentato nel diario autografo delle religiose del Ritiro di San Gabriello, che il 9 febbraio 1752 annota la visita di Zenobia, accompagnata dal marito. La cronaca restituisce un quadro di intensa emotività e teatralità devozionale:

"La signora duchessa di Castropignano fu accolta con tutti gli onori e nel vedere la madre Priora fu tale la comunione interna, consolazione e devozione che per la tenerezza si sentiva ingricciare la carne. Sentendosi invasa dal vero spirito di Dio, ella volle baciare la mano della religiosa facendole molte carezze ed espressioni e si accertò personalmente delle condizioni del Ritiro promettendo la sua intercessione presso la famiglia borbonica".

In questa scena, la devozione si intreccia chiaramente con il ruolo politico della duchessa, che si propone come mediatrice diretta tra il monastero e la famiglia reale.

Nel corso delle visite successive, Zenobia non si limitò all’atto devoto, ma pretese manifestazioni concrete dei doni spirituali attribuiti alla Madre Priora. Il diario del 22 febbraio 1759 descrive un episodio di forte impatto simbolico:

"[…] la Signora Duchessa di Castropignano aditò alla Madre Priora il quadro del pastor buono Gesù, lei no’ voleva fissarsi in mirarlo ma la Duchessa andava obbligandola, ma co atti puerili si mostrava, lo mirava, lesta si tornava a voltare con le mani coprendosi l’occhi, doppo più volte fece questi atti graziosi, e la Dama obbligandola diè sguardo a Gesù buon pastore delle anime, che restò tutto estatica con bellissimo volto, contenta è la Regina e la Duchessa; doppo un poco si scosse dal ratto incominciando a lagnarsi che il vino che le avevano dato laveva stordita."

L’estasi, osservata e quasi “diretta” dalla duchessa, diventa uno spettacolo spirituale condiviso, capace di suscitare il compiacimento sia della regina sia di Zenobia stessa.

Il 1° marzo, la maestra delle novizie annota un altro episodio che evidenzia il desiderio insistente di Zenobia di assistere a manifestazioni mistiche:

"[…] tutto faceva la dama perché voleva veder qualche cosa nella Madre; con atti puerili rispondeva che no, […] ma più la comandava per udienza, restò in un tratto estatica con lo sguardo fisso nell’atto destro, come rapita l’avesse qualche persona, come in fati, così accadde: con bellissimo volto, e le mani restarno nell’atteggiamento che stava facendo quando ripugnava, cioè in aria mantenute, con ambi le dita indici unite in atto di insegnare, che prima di restare estatica le moveva; il godimento di Sua Maestà fu grande ed assieme quello della Castropignano; le adimandarono varie cose, dava segno con la testa; molte cose rispose con la bocca che Sua Maestà stava con l’orecchio vicino per udire; quello che io mi ricordo è: che si ritrovava al deserto con Gesù bel giovane; molte ricerche le fece sopra di questo la Regina, a tutto rispose."

Il coinvolgimento diretto della sovrana, che ascolta da vicino le parole della religiosa, rafforza il legame simbolico tra devozione, regalità e mediazione aristocratica incarnata da Zenobia.

Nel racconto delle religiose, le figure assumono una dimensione quasi iconografica. Le protettrici del Ritiro arrivarono a identificare Zenobia come un angelo custode, pronta a soccorrere chiunque le fosse affidato da Dio, mentre a Maria Amalia furono attribuite esplicitamente le virtù della Vergine.

Un ultimo episodio del diario mette in luce, in modo ancora più esplicito, l’influenza esercitata dalla duchessa sulla regina:

"[…] uscì la Madre da tavola con il permesso di Sua Maestà e andiede in cucina per lavarsi le mani, nel tornare si pose davanti Sua Maestà alla tavola in piedi, non so che discorso vi fu che la Madre rimase del tutto estatica, con l’occhi fermi e fissi in faccia alla sovrana; bella con il volto e amenita di tatto, con la bocca posta a riso, le adimandò più cose, rispose, e quel che io mi ricordo è, la Regina disse chi ci stava lì presente, s’ammirava in lei la bella Signora, che faceva le veci qui in terra di quella del Cielo; e con la bocca e certe volte con la testa."


 

Intrighi e potere a corte tra ambizione politica e ostilità aristocratica

La figura di Zenobia Revertera di Castropignano continua a emergere, nei documenti del tempo, come una delle personalità più controverse e influenti della corte borbonica. Accanto al favore della regina Maria Amalia di Sassonia, la duchessa dovette affrontare un clima di diffidenza e aperta ostilità da parte di alcuni esponenti dell’élite politica, primo fra tutti Bernardo Tanucci, che in più occasioni ne diede un giudizio durissimo.

In alcune lettere, Tanucci arrivò a definirla senza mezzi termini “la vergogna della Spagna e dell’Italia” (Epistolario II, 1746-1752). Eppure, nonostante tali giudizi, Zenobia seppe muoversi con abilità in un sistema complesso fatto di alleanze, rivalità e ambizioni personali.

Zenobia guardava con grande interesse al piano di difesa del Ritiro, consapevole che il controllo e la protezione di istituzioni religiose prestigiose avrebbero rafforzato ulteriormente la sua posizione a corte e i benefici derivanti dalla vicinanza alla regina. Questa visione strategica si intrecciava con le ambizioni del marito, Francesco d’Eboli di Castropignano, duca e già comandante dell’esercito.

Il duca aspirava a un incarico di primo piano: sostituire Bartolomeo Corsini nel ruolo di viceré di Sicilia. Un progetto politico ambizioso, sostenuto dalla capacità di Zenobia di insinuarsi nelle dinamiche più intime della corte.

L’abilità politica della duchessa emerge chiaramente in una lettera che Bernardo Tanucci scrisse a Bartolomeo Corsini l’11 maggio 1743, nella quale descrive le manovre in corso:

"[…] stasera sento che Castropignano, la cui moglie si è molto insinuata nelle grazie della Regina, vuole in ogni conto il viceregnato di Sicilia e che Sora, disgustato per le piccole amarezze delle stanze interiori, dà luogo alla pretensione di Castropignano col ritirarsi a Roma e far piazza per Vostra Eccellenza qui nella corte […]"

Nonostante queste pressioni, Carlo III decise infine di non assegnare la Sicilia ai Castropignano. La scelta generò attriti e risentimenti, ma non intaccò il peso politico di Zenobia, che continuò a esercitare una forte influenza sulla regina.

La duchessa mantenne un rapporto strettissimo con Maria Amalia, seguendola persino nel viaggio verso la Spagna nel 1759 e assistendola durante la malattia. Questo legame rafforzò ulteriormente la percezione di Zenobia come figura onnipresente e ingombrante, capace di orientare decisioni e relazioni.

Alla morte prematura della regina nel settembre 1760, il destino di Zenobia cambiò radicalmente. La duchessa fu allontanata dalla corte di Spagna e fece ritorno a Napoli, beneficiando tuttavia di una consistente pensione, destinata sia a lei sia al figlio. Non tornò mai più a Capua, probabilmente perché, come osservò Luigi Vanvitelli (Lettere di Luigi Vanvitelli, II, p. 674):

"aveva perso la devozione"

Una frase lapidaria che suggella la parabola di una donna che aveva costruito il proprio potere sull’intreccio sottile tra fede, ambizione e potere.

Nelle lettere indirizzate a Losada e Iaci, Tanucci descrive una Zenobia ancora influente, circondata da alleanze ambigue e sospette. In una missiva del novembre 1760, scrive:

"La Castropignano seguita colla sua altura. Si è scoperto che è tra lei e Sannicandro una segreta amicizia, ed ora intendo un discorso fattomi in Gennaro da Sannicandro di non fare grande opposizione ad un affare della duchessa in aria di avvertirmi e non mi tirar l’odio della regina"

Il giudizio si fa ancora più severo in un’altra lunga riflessione, nella quale Zenobia viene dipinta come una figura pericolosa e moralmente discutibile:

"Nella disgrazia che il Re ha dovuto soffrire vi è stato, come dice Vostra Eccellenza, il bene di finir quella stizza colla quale continuamente riguardava l’insolente e malcreata Castropignano, la quale, secondo tutte le lettere di cotesta corte, era il vero diavolo della casa e la vergogna della Spagna e dell’Italia. […] Ella ha fatto bene la sua fuga. Ma ormai era fuor di pericolo perché l’animo sublime del Re avrebbe dopo la mancanza della protezione compatito la sua desolazione, e avrebbe eseguita la regola delle anime grandi del parcere "subjectis et debellare superbos". Questa regola dice Vostra Eccellenza che non è stata eseguita né da Ossun, né da Losada. Io per me la trovo ottima; ma essi la corteggiavano al tempo della potenza, ciò che io non ho fatto. Qui ella ricevè molte visite al principio. Ha qualche amico; tra questi sono li due capi di corte Sannicandro e Riccia, che a lei devono le piazze loro; è credibile che le abbiano comprate, ma convien loro dissimularlo; ora mi dicono che sta molto solitaria. Deve esserle molto noiosa una vita nella quale non può esercitare il suo costume intrigante, benché abbia ella tutto fatto per denaro, e le sia riuscito acquistare tanto che può bastare per qualunque lusso intraprenda".

Anche nel declino, Zenobia rimane una figura centrale e scomoda, capace di suscitare timori, rancori e ammirazione. Le parole di Tanucci, pur animate da ostilità personale e politica, restituiscono il ritratto di una donna che seppe dominare la scena di corte, utilizzare il potere delle relazioni e accumulare ricchezze e alleanze sufficienti a garantirle una posizione di rilievo anche lontano dal centro del potere.

La storia di Zenobia Revertera di Castropignano, restituita attraverso lettere, diari e testimonianze coeve, offre oggi uno sguardo privilegiato sul ruolo delle donne nella corte borbonica e sulle strategie informali che regolavano la vita politica e spirituale del Regno di Napoli nel XVIII secolo. Un racconto che il Museo Campano di Capua conserva e valorizza come parte fondamentale della memoria storica del territorio.

 

>>>>>>>>>>>

In galleria: Ritratto di Zenobia Revertera di Castropignano

Autore: Francesco Liani (Napoli, 1712 – 1795)
Datazione: metà XVIII secolo
Tecnica: olio su tela
Provenienza: Ritiro di San Gabriello, Capua (deposito del Demanio)
Collocazione: Museo Campano di Capua, Sala Borbone

Il dipinto raffigura Zenobia Revertera, moglie di Francesco d’Eboli, duca di Castropignano, dama di compagnia e favorita della regina Maria Amalia di Sassonia, nonché figura di primo piano nella vita politica e religiosa della corte borbonica napoletana. Donna di grande ambizione e intelligenza strategica, Zenobia seppe esercitare un’influenza costante sulla sovrana, spesso a beneficio proprio e del consorte.

Grazie a pressioni reiterate sul re, riuscì a ottenere per sé e per la famiglia il palazzo del principe di Francavilla a Caserta. Fu inoltre l’artefice del legame tra Maria Amalia e la monaca superiora del convento di San Gabriello a Capua, suor Angiola del Divino Amore, contribuendo a trasformare il Ritiro in uno dei luoghi di meditazione privilegiati dalla regina.

Come gentildonna di camera, Zenobia seguì Maria Amalia in Spagna; tuttavia, dopo la morte della sovrana, cadde in disgrazia presso la corte spagnola e nel 1760 fece ritorno a Napoli, segnando l’inizio del suo progressivo declino politico.

Il dipinto, commissionato a Francesco Liani, pittore particolarmente apprezzato da Maria Amalia per la sua straordinaria abilità nella resa fisiognomica, proviene proprio dal Ritiro di San Gabriello. Come consueto nella produzione dell’artista, l’attenzione è rivolta alle potenzialità espressive del volto, qui utilizzate per definire e amplificare il carattere arcigno e austero della duchessa.

Zenobia è effigiata di tre quarti, con un taglio al di sotto del bacino, secondo il consolidato schema dei ritratti ufficiali settecenteschi. I capelli sono raccolti in un’acconciatura sofisticata e ordinata, trattenuta da un fermaglio; l’abbigliamento riproduce motivi decorativi damascati, arricchiti da pizzi, merletti e pelliccia. Indossa un abito in seta verde con corpetto in pizzo rosso, legato al collo da un nastro bianco e rosso. La ricchezza dei gioielli – collana con pendente a nocca, orecchini di brillanti, anello al mignolo sinistro e bracciale – sottolinea il rango e il prestigio sociale della duchessa. Nella mano regge un libretto semiaperto, elemento che allude tanto alla devozione religiosa quanto al controllo della parola e dell’informazione.

La composizione del dipinto è in stretto rapporto iconografico con il ritratto di Maria Amalia con mantilla nera, anch’esso conservato al Museo Campano: il ritratto di Zenobia sembra infatti una consapevole rivisitazione dell’immagine regale, quasi a suggerire una vicinanza simbolica e politica tra la duchessa e la sovrana.

Il Ritratto di Zenobia Revertera di Castropignano rappresenta una testimonianza preziosa del ruolo esercitato da alcune figure femminili all’interno della corte borbonica, offrendo al visitatore uno sguardo privilegiato sulle dinamiche di potere, devozione e rappresentazione nel Regno di Napoli del XVIII secolo.

Bibliografia:
Album di famiglia, Napoli 2000, p. 42.

La galleria

Leggi anche:

Ferdinando IV di Borbone

Maria Amalia di Sassonia